Le Mura di Mos


Le Mura di Mos nascono nel gennaio del 2013, dall’idea liceale di Alessandro delle Monache (chitarra e voice) e Davide Greppi (ex cantante e chitarrista dei Frammenti di Autunno, ora alla batteria), che hanno coinvolto Giovanni Gasperini e Matteo Magnani (prima nei Freeman Store). È incredibile come siano riusciti ad emergere nel panorama indipendente. Dopo solo un’anno dalla formazione, hanno fatto uscire un album autoprodotto, “Come sempre mai più” (La Tenda, 2014), sono arrivati terzi alla XX edizione del Premio Augusto Palio e il 29 aprile scorso hanno suonato sullo stesso palco di Paolo Benvegnù, dei Rats e di Vecchioni.

Sin dal loro nome, il progetto dei quattro ragazzi di Carpi si costruisce sull’idea di rottura della tradizione e dei costumi (traduzione del latino mos), che si traduce musicalmente nella composizione di pezzi che seguono il filone musicale alternativo, italiano e non. Sono infatti Subsonica, Marta sui Tubi e i Nirvana i preferiti delle Mura di Mos, che come loro scrivono di sentimenti spezzati e visioni di presenti oscuri. L’album si apre con “Tereza”, canzone scelta per la produzione di un videclip uscito l’ottobre scorso su BlankTV (diretto da Mattia Barbati), canzone dedicata a una musa ispiratrice che viene dal libro della Mazzantini “Venuto al mondo”. Sin da subito ci fanno apprezzare melodici giri di chitarra, accompagnati da una voce agrodolce, che per tutto l’album si addentra in un mondo più oscuro. “Mogadiscio” è un viaggio interiore con toni psichedelici che trascina a ritmo sincopato verso un mondo ombroso, prima che la chitarra prenda il sopravvento e si prenda il suo (meritato) spazio per portarci un po’ più in là. Segue “Tavoli in penombra”, pezzo più melodico, addolcisce l’atmosfera con una chitarra acustica, mentre “Ora d’aria” alza il tono, aggiungendo tracce elettroniche che modernizzano il pezzo. “Il primo giorno di primavera”, che parla della Primavera araba, ha un mood malinconico che è arricchito dal suono del pianoforte, dando un tono amaro. Chiudono “Tungsteno”, che riprende suoni più elettro accompagnati dall’aggressività degli strumenti, e “Cambiare forma”, diviso in due parti: nella prima ci si addentra nell’inquietudine del testo con tono più graffiante, mentre la seconda si apre con il suono della pioggia, che accompagnato dal rumore di un vinile in sottofondo, crea uno spazio interiore di riflessione.

Le Mura di Mos sono un gruppo che non vediamo l’ora di sentire sul palco dell’Akkatà: la loro sensibilità musicale intreccia asprezza tipicamente rock e sentimenti ovattati, creando un viaggio epico che si apre con il canto a una musa e finisce nel ritorno in noi stessi. Molti i riferimenti letterari, che fanno di loro una band non brava solo nei fatti, ma anche nelle parole.

Giovanni Morisi

Le Mura di Mos, “Come sempre mai più”, La Tenda, 2014

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