La forza della parola – Intervista a Filippo Palmeri 1


PalmeriLe partite di calcio sono affascinanti. Il Campionato del Mondo unisce davanti a una televisione gruppi di amici, ricoperti da sciarpe, bandiere e magliette della nazionale. Si urla, si incitano i giocatori sullo schermo, si fumano sigarette per lo stress al momento del rigore e alla vittoria, tutti si ritrovano in piazza. Non è diverso nel caso di una partita piccola come può essere quella tra guardie forestali. Sebbene siano persone che non appaiano sui telegiornali e non abbiano merchandising per l’evento, sono tutti insieme per vedere i propri compagni giocare. Un gruppo di colleghi con una passione tipicamente italiana. Il 17 giugno del 1991 Stefano Siracusa, Antonino Mercadante, Domenico Parisi e Gaspare Palmeri tornavano in macchina sulla provinciale da Ficuzza, nelle campagne di Corleone, in provincia di Palermo. Sulla piccola Golf, a tarda notte, commentavano quello che avevano visto sul campo. Arriva una seconda macchina, gli blocca la strada. Sparano.

Alla fine della processione, la famiglia Palmeri accoglie chi ha partecipato al funerale: passano uno alla volta davanti la madre e i figli. Filippo Palmeri viveva da quasi dieci anni nel Nord Italia: risalì lo stivale per uscire dalle dinamiche lavorative e sociali del suo paese di origine, Castellamare del Golfo. La madre lo aveva chiamato per avvertirlo della morte del padre; del suo assassinio, più precisamente. Una squadra corleonese era stata mandata per colpire Parisi, cognato di Lorenzo Greco, vicino alla famiglia Rimi di Alcamo, e aveva coinvolto tutti quelli in macchina con lui. I tre Palmeri restavano in piedi, fermi, mentre gli altri passavano davanti, in fila, uno dietro l’altro, per le condoglianze. “Con la morte di mio padre, ci siamo resi conto di essere isolati”, dice Filippo Palmeri, “Mio padre era una persona socievole. 30-40 persone, sempre in casa. Poi siamo rimasti io, mia moglie, mia madre e mio fratello”. La comunità di Castellamare li aveva messi in un angolo, tacciati di aver a che fare con il mondo mafioso. Anche se tornato a Bologna, il figlio sapeva che la madre era guardata e additata per strada: ma lei “andava a testa alta”.

Solo nel 2003 la corte d’assise di Palermo ha stabilito l’innocenza di tre dei presenti quella notte, vittime di una partita tra 2 squadre che tutti guardavano giocare in casa propria. La famiglia Palmeri era stata spezzata e allontanata da quella più grande castellammarese. “Mi è costato 22 anni accettare la morte di mio padre”, continua a raccontare il figlio di Palmeri, “solo dopo aver conosciuto la grande famiglia di Libera ho trovato il coraggio di parlare di mio padre”. La memoria, infatti, è la cosa più importante per Filippo: “vuol dire andare avanti”. Nel 2008 partecipò alla manifestazione di Libera a Napoli e vedendo tutte quelle persone, che ogni anno aumentano, ha trovato sempre più coraggio. Conobbe Vincenzo Agostino, padre del defunto Antonino (o Nino), che marcia per ricordare il figlio e la nuora, incinta di 5 mesi al momento della morte. Così come Marisa Fiorani, madre di Marcella, ex fidanzata di un componente mafioso che, rimasta incinta, decise di scappare, senza riuscirci. Il momento della lettura dei nomi delle vittime di mafia, durante l’annuale corteo di Libera, è un momento importante per tutti loro. La memoria dei familiari uccisi li aiuta: “fa rivivere la morte di mio padre dentro di me”.

Ora le cose sono diverse, i Palmeri fanno parte di una famiglia più grande. Filippo, che racconterà la storia di suo padre durante il pranzo del 10 maggio organizzato dal Circolo Arci Akkatà per il Peppino Festival, riesce piano piano a superare la difficoltà della sua perdita. “Tutto sta a voi giovani”, dice. Per questo ha la forza di parlare, rompendo quel sortilegio che ancora trattiene i suoi compaesani. Suo fratello, che ancora vive a Castellammare, sta cominciando solo ora a condividere i suoi ricordi sull’avvenimento di 24 anni fa, anche se era solito chiedersi “a chi posso raccontarlo?”. Ora nella biblioteca del paese trapanese è appesa una foto di Gaspare Palmeri, e i ragazzi più curiosi che la guardano chiedono chi sia, dando valore alla forza della memoria. Non sono più soli, ma camminano insieme a tutti coloro che combattono la mafia. L’importante, dice Filippo, è ricordare che “ci sono storie vere da leggere”.

 

Giovanni Morisi


Lascia un commento

A proposito di “La forza della parola – Intervista a Filippo Palmeri